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IL LAVORO

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IL LAVORO - Page Text Content

S: IL LAVORO

FC: IL LAVORO di Michele Fortunato

1: 1. Il concetto di lavoro nelle scienze sociali Quando si parla di lavoro, ci si riferisce generalmente ad un'attivita' umana che prevede l'impiego di energie fisiche o intellettuali per raggiungere un determinato scopo. Nella nostra societa', fondata sulla produzione e sul consumo di beni, il termine lavoro implica un compenso in denaro, attraverso il quale il lavoratore puo' procurarsi cio' di cui ha bisogno per sopravvivere. La retribuzione costituisce un elemento imprescindibile di ogni rapporto di lavoro. Per questo, il datore di lavoro e il lavoratore sono legati da un contratto oneroso di scambio, in virtu' del quale il lavoratore si impegna a svolgere una prestazione o un servizio in cambio di un corrispettivo economico. Il significato della parola lavoro ha esiti concreti spesso ambigui e controversi. Secondo la Costituzione italiana l'Italia un a Repubblica democratica fondata sul lavoro (art. 1); il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita' e alla qualita' del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se' e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa (art. 36, comma 1), nonche' al riposo settimanale e a ferie annuali (art. 36, comma 3). A fronte di importanti cambiamenti economici e sociali avvenuti negli ultimi venti anni della nostra storia e di una significativa crescita delle tipologie di lavoro flessibile, il concetto di retribuzione appare labile e affatto scontato. Sempre piu' spesso, infatti, osserviamo intorno a noi persone che "non arrivano a fine mese", poiche' dispongono di retribuzioni insufficienti, assolutamente inadeguate a soddisfare le esigenze del lavoratore e della sua famiglia e a garantire "il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3 della Costituzione).

3: 2. La moderna divisione del lavoro Come aveva colto Durkheim, che se ne era occupato nella sua tesi di dottorato (La divisione sociale del lavoro), la divisione del lavoro e' una delle importanti trasformazioni della modernizzazione. Divisione del lavoro c'e' in tutte le societa' umane. Nelle societa' statali tradizionali e' specialistica, con figure che si dedicano a tempo pieno a determinate attivita'. Nelle sociata' moderne pero' si affaccia una divisione complessa, prima sconosciuta. C'e' divisione in vari sensi e a vari livelli. Come nelle societa' statali tradizionale, abbiamo occupazioni diverse in cui gli individui si specializzano. Ci sono pero' due importanti differenze: ora c'e' un alto numero di professioni e si diffondono maggiormente le figure monovalenti. Nelle societa' statali tradizionali piu' grandi e dinamiche si arriva al massimo a poche decine di mestieri, mentre una moderna socita' industriale ne conta migliaia. Le figure polivalenti, come gli artigiani-contadini, i banchieri-esattori, i magistrati-amministratori vanno scomparendo: nel mondo moderno ognuno tende a fare un lavoro solo. Le molteplici occupazioni non vengono percepite tutte allo stesso modo. Nella rappresentazione del lavoro che la gente delle societa' moderne ha in mente si distinguono grandi categorie di attivita', alcune piu' stimate, altre meno. Le linee di divisione sono tra lavoro autonomo e dipendente, manuale e intellettuale, qualificato e non qualificato, dirigenziale, di concetto ed esecutivo. Accanto alla divisione del lavoro in seno alle societa' compare una divisione interna ai processi produttivi. L'artigiano tradizionale portava avanti la realizzazione del suo prodotto dall'inizio alla fine, curandone ogni aspetto. Ora i cicli produttivi vengono smembrati e a ogni segmento provvede un'unita' operativa specializzata.

5: La frammentazione del ciclo produttivo si realizza a vari livelli, dal sistema produttivo nel suo complesso all'interno della fabbrica. Ad esempio, un'automobile puo' essere realizzata da vari stabilimenti sparsi in varie parti del mondo, ognuno dei quali produce un pezzo o fa una parte del lavoro di assemblaffio. All'interno di ciascuno stabilimento poi il lavoro potra' essere diviso tra reparti specializzati, all'interno dei quali ogni lavoratore ha un compito specifico e copre un segmento minimale della produzione. La divisione interna ai processi produttivi c'e' anche perche' i mezzi e i materiali adoperati in una linea produttiva derivano da altre linee produttive e perche' la commercializzazione tende a essere affidata ad altri. Nelle societa' tradizionali in alcune attivita' era possibile costruirsi da se' gli strumenti, procurarsi i materiali e provvedere autonomamente a vendere i prodotti. Il contadino, ad esempio, non sempre ricorreva all'opera dell'artigiano per le attrezzature agricole e poteva recarsi al mercato cittadino per smerciare l'eccedenza del raccolto. Con l'economia moderna diventa sempre meno possibile gestire l'intero processo, dalla costruzione dei mezzi alla collocazione del prodotto, anche nel settore agricolo. La divisione del lavoro, in particolare quella interna ai processi produttivi, fa perdere al lavoratore il controllo sull'attivita' lavorativa. Mentre l'artigiano tradizionale e' il centro pensante dell'attivita', progetta, segue il processo produttivo, aggiusta le operazioni strada facendo, prende decisioni, anche relative a che cosa produrre e a come collocare i prodotti sul mercato, l'operaio addetto a un'operazione di un ciclo smembrato e' tagliato fuori dal controllo del lavoro cui prende parte.

7: L'operaio ha davanti a se' un solo segmento del processo, a volte minimo, ma non ha modo di intervenire sul resto e il senso complessivo di cio' che fa diventa per lui estraneo. Le operazioni che compie finiscono per essere svuotate di significato, perche' non piu' inserite in un'attivita' padroneggiata per intero. Detto diversamente, il lavoratore viene a trovarsi in una condizione di ridotta autonomia: e' guidato dall'esterno, come la rotellina di un ingranaggio, ed ha poco margine per orientarsi da se', con la propria intelligenza. La ridotta autonomia ha effetti psicologici negativi, che vanno dalla noia alla perdita di interessi, all'abbassamento dell'autostima. Di particolare importanza sono gli effetti sulla motivazione. Il lavoratore finisce per scolgere il lavoro al fine di procurarsi da vivere e di evitare problemi con la direzione e il datore di lavoro, ma non trova soddisfazione in cio' che fa in se'. Nel linguaggio della psicologia della motivazione si dice che le motivazioni estrinseche (legate ai premi e alle punizioni che possono venire dall'esterno) prendono il sopravvento sulle intrinseche (quelle che spingono a fare per il gusto di fare). Una motivazione al lavoro essenzialmente estrinseca e' fonte di problemi. Il lavoro diventa poco piacevole. Il lavoratore tende poi a lavorare finche' e' sotto controllo e a sottrarsi all'impegno non appena puo'. Questo richiede che si intensifichino i sistemi di controllo in azienda, cosa che finisce per rendere umanamente peggiori i rapporti di lavoro. Nel complesso anche la produttivita' tende a risentirne. Lo stesso Adam Smith, l'economista che aveva teorizzato la divisione del lavoro come sistema per accrescere la produttivita', si era reso conto che lo smembramento dei cicli lavorativi doveva avere effetti dannosi sulla psicologia dei lavoratori.

8: Toqueville ne 'La Democrazia in America', impressionato dalle fabbriche visitate negli Stati Uniti, coglie perfettamente cio' che si perso rispetto al lavoro artigianale. Tra i testimoni della prima industrializzazione, Marx e' lo studioso che meglio di ogni altro ha analizzato i risvolti negativi della divisione del lavoro. Marx ha in mente il passaggio dalla produzione manifatturiera, che e' cooperativa e costituisce un lavoro "vivo", alla fabbrica, dove gli operai sono "incorporati in un meccanismo morto che esiste indipendentemente da loro". Anche se esamina lucidamente gli aspetti psicologici, per Marx l'effetto della divisione del lavoro non e' solo psicologico. La divisione del lavoro (assieme alla mercificazione del lavoro e

11: ad altri fenomeni) contribuisce ad un cambiamento strutturale dell'uomo, che si ripercuote sulla vita sociale e sulla cultura: l'uomo perde se stesso, si estranea confondendosi con i processi lavorativi e con la realta' industriale e capitalistica fatta di merci. E' il noto concetto di alienazione di Karl Marx. 3. Il lavoro precario Nel linguaggio comune, l'espressione "lavoro precario" e' usata in modo concreto e oggettivo, per indicare rapporti di lavoro flessibili, caratterizzati da minori protezioni normative e coperture previdenziali rispetto a quelli tradizionali, oppure in modo soggettivo e immateriale, in riferimento alla sensazione di instabilita' che caratterizza il vissuto, lavorativo e non, di molte persone, soprattutto i giovani e le donne, categorie piu' deboli nel mercato del lavoro. La precarita' del lavoro e' ormai diventata un problema sociale: le cause di questo fenomeno sono da ricondursi sostanzialmente all'abuso di forme contrattuali flessibili (in realta', create per dare impulso all'occupazione) con l'obiettivo di reclutare personale a basso costo e senza eccessivi vincoli di tutela dei posti di lavoro. Secondo le rilevazioni condotte da ISTAT nel 2008, nel primo trimestre di quell'anno, i contratti atipici non vengono sottoscritti soltanto da persone alla prima esperienza di lavoro, ma sempre piu' di frequente coinvolgono anche individui entrati gia' da tempo nel mercato del lavoro. Negli ultimi vent'anni in molti Paesi occidentali, il progresso tecnologico e la globalizzazione economica hanno gradualmente reso i rapporti di lavoro sempre piu' flessibili, instabili, poco negoziabili meno retribuiti e privi di molti dei diritti garantiti nei contratti tradizionali. In alcuni Paesi, come l'Inghilterra e l'Olanda, il lavoro flessibile si e' diffuso in tempi precoci e ha avuto un'evoluzione piu' libera, poiche'

13: scarsamente regolamentata da leggi; in altri Paesi, come la Spagna, la Germania, e l'Italia, il fenomeno si e' imposto a partire dalla meta' degli anni Novanta, quindi e' piu' recente ed e' caratterizzato da un'articolazione piu' complessa sul piano legislativo. In Italia, il cambiamento della dimensione contrattuale del lavoro (dalle collaborazioni coordinate e continuative, citate nella riforma previdenziale del 1995, al lavoro interinale, introdotto nel 1997, fino alla liberalizzazione del contratto a termine nel 2001 e alla legge 30 del 2003, meglio nota come legge Biagi), ha provocato inizialmente una riduzione del tasso di disoccupazione. Parallelamente, ha influito su alcuni aspetti sociali, rendendo piu' labile la distinzione tra i tempi e gli spazi dedicati al lavoro e quelli dedicati invece ad altre attivita', modificando le strategie abitative, la scansione della vita quotidiana, il tempo libero e l'affetivita' degli individui. In pochi anni, l'instabilita' lavorativa e' diventata stutturale ed ha diffuso, soprattutto tra i giovani, una condizione di incertezza, frammentazione e mancanza di diritti, causata in primo luogo dalla disontinuita' di reddito. I giovani sono infatti la fascia della popolazione che subisce maggiormente il mismatch, cioe' il divario esistente tra la domanda e l'offerta di lavoro. I cambiamenti che hanno investito il mondo del lavoro hanno modificato sprattutto l'identita' dei giovani modificando, da un lato, i significati, la percezione e la rappresentazione che essi hanno del lavoro e della propria situazione lavorativa, dall'altro i modi e i mezzi con cui essi costruiscono nel presente le basi del proprio futuro e realizzano la propria identita' adulta, non solo in senso professionale. Dal punto di vista soggettivo, la precarizzazione del lavoro ha quindi indotto profondi cambiamenti sociali e psicologici nei soggetti coinvolti.

14: I precari faticano a sentirsi parte dell'organizzazione in cui lavorano, anche perche' percepiscono il proprio lavoro come indefinito, discontinuo, non prevedibile e non finalizzato al consolidamento della propria posizione. L'insicurezza lavorativa (job insecurity) ed economica ostacola inoltre l'organizzazione della vita privata degli individui, soprattutto dei giovani, per i quali la difficolta' di ottenere contratti a lungo termine ritarda l''uscita dalla famiglia di origine e la decisione di formarne una propria. I lavoratori precari faticano inoltre a riconoscersi parte della societa' e a mantenere un elevato senso di comunita' e di solidarieta': per questo essi sono sempre piu' colpiti da forme di esclusione e di marginalita' sociale, nonche' da stress e da patologie somatiche o psichiche (ansia, depressione, disturbi cardiovascolari e del sistema immunitario). Nel mercato del lavoro moderno, al dualismo che oppone gli occupati ai disoccupati si e' percio' aggiunta un'ulteriore opposizione, quella tra coloro che hanno un'occupazione a tempo imdeterminato e godono di sufficienti tutele (anche nella fase di uscita dal mercato del lavoro) a coloro che invece svolgono un'attivita' a tempo determinato o comunque soggetta a flessibilita', scarsamente tutelata e spesso priva di strumenti di sostegno al reddito. In questa prospettiva, sono ancora una volta i giovani a subire il danno piu' grave, nella misura in cui la precarieta' lavorativa limita la progettualita' della loro vita. Per molti giovani, la famiglia costituisce l'unico ammortizzatore sociale in grado di sobbarcarsi i costi della loro disoccupazione: secondo i dati ISTAT del 2009, il 59,2% dei giovani di eta' compresa tra 25 e 29 anni e il 28,9% di quelli tra i 30 e i 34 anni vivono ancora in famiglia.

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Michele Fortunato
  • By: Michele F.
  • Joined: over 4 years ago
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About This Mixbook

  • Title: IL LAVORO
  • Un'esperienza didattica nel corso di Sociologia della classe IV del Liceo Scienze Sociali.
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  • Published: over 4 years ago

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